Intervista a Lorenzo Della Fonte

A tu per tu con uno tra i più noti personaggi del mondo bandistico italiano

Ciao Lorenzo, benvenuto su MondoBande.it. Direttore, Compositore, Didatta e Ricercatore storico. Ci parli un po’ del tuo percorso formativo, e del PERCHE’ hai scelto proprio la banda?
Devo dirti che la banda non è stata precisamente una scelta, mi ci sono trovato dentro, quasi senza volerlo. Sono nato in banda da clarinettista, come tantissimi, poi quando frequentavo il Conservatorio me ne sono allontanato (accade spesso) per ritrovarmela più tardi come un’imprevista opportunità di lavoro, da direttore. E’ stato qui che mi sono reso conto che, nonostante il diploma, avevo ancora tanto da imparare su di essa, sulla direzione, sulla musica in generale. Ho cominciato quindi a frequentare tutti i corsi che potevo, in Italia e all’estero, con un grande dispendio di tempo e risorse che si è poi rivelato fruttuoso. Il primo aiuto me lo diede il maestro Conjaerts che, quando ancora non era così popolare da noi (sto parlando degli anni ’80!), mi fece chiaramente capire qual era la strada giusta. Incontri decisivi sono poi stati soprattutto quelli con Reynolds e Corporon, anche se qualcosa ho certamente preso da tutti i miei maestri.
Non posso nemmeno chiedermi se la mia vita sarebbe stata migliore da insegnante di Educazione Musicale quale pensavo diventare (e mi piaceva pure: non ho mai sognato un avvenire da direttore), perché, nonostante i concorsi vinti, c’era sempre un avvenimento, un cavillo, una piccola sfortuna che non mi faceva entrare in ruolo, costringendomi a tenere ben stretta la banda. Rimaneva sempre solo lei, tenace, però anche promettente. Alla fine mi ci sono consegnato, prendendo sul serio questo cammino, e sono stato presto ripagato con passi significativi come la direzione stabile della Civica Orchestra di Fiati di Milano, la fondazione dell’Orchestra di Fiati della Valtellina, l’attività in Svizzera. La presidenza della Sezione Nazionale Wasbe, per sette anni, e l’appartenenza al Board of Directors della stessa, per sei anni, mi hanno poi dato quella necessaria esperienza internazionale che mi ha aperto gli occhi definitivamente, influenzando le mie scelte successive.
Ho cominciato relativamente presto a dirigere all’estero: nel 1994 sono stato chiamato come direttore ospite in Canada, all’Università di Saskatoon, e da allora anche questa attività non si è mai fermata: sono appena tornato da Seattle dove ho diretto al Western International Band Clinic, settimo e ottavo concerto in terra americana.

Domanda secca: banda o orchestra di Fiati?
Se risposta secca dev’essere: tutt’e due.
In realtà per me è una domanda inutile, sarebbe come chiedere “orchestra o filarmonica?” I due termini si possono utilizzare indifferentemente, io li uso entrambi, preferendo l’uno o l’altro a seconda del contesto e degli interlocutori, anche se sostanzialmente identificano la stessa cosa. Non solo: in italiano “banda” vuol dire anche altre cose che nulla c’entrano con la musica, per cui certi “puristi” si tranquillizzino e pensino piuttosto al repertorio di qualità. Anzi, ultimamente hanno preso a chiamarsi “banda” certi gruppi musicali “cross-over” tipo Banda Osiris, Banda Bardò, Banda Adriatica, che certamente non suonano la musica che intendiamo noi come bandistica. C’è anche da dire che il termine “banda” continua, nonostante tutto, ad apparire spregiativo: leggo in questo momento la recensione di Isotta alla prima della Scala del 7 dicembre: «Donde un suono secco che in certi passi (non parlo naturalmente dell’auto da fè, ove la banda interna esiste), ma in troppi altri passi dove l’orchestra copriva completamente le voci con bandismo abusivo.» Ecco: quando si vuole dire che si è suonato male, si usa il termine “banda”, o addirittura neologismi come “bandismo” (?). In certi momenti mi sembra non ci sia nulla da fare, gli anni passano, le battaglie sembrano alle spalle, poi, regolarmente, arriva un episodio che ci fa tornare indietro di cent’anni.
Quindi, se si parla con chi è poco informato è forse meglio usare “orchestra di fiati” per precisare che si può anche suonare bene eccellente musica da concerto, ma tra gli addetti ai lavori il termine “banda” si può preferire, è più affettuoso. L’Orchestra di Fiati della Valtellina si chiama così perché vuol far capire (a chi farebbe fatica a capire…) che esegue musica da concerto, come normalmente ci si può aspettare da un’orchestra sinfonica, ma è una banda. Ricordiamo che a fine Settecento con il termine “Harmoniemusik” si identificava un gruppo di fiati che a mezzogiorno accompagnava il pranzo dei nobili con trascrizioni di arie d’opera, il pomeriggio proponeva un concerto con opere originali (di Haydn o Mozart!), la sera se ne andava in giro per le strade a suonare Serenate e Cassazioni. Non aveva un nome diverso per ogni singola attività, mentre questo accade oggi negli Stati Uniti: le bande si sono divise in sinfoniche (che suonano solo concerti) e da parata (che suonano solo in movimento): sarà difficile per noi arrivarci (e tutto sommato questa particolarità americana non mi interessa granché), per cui teniamoci tutto quanto insieme, il concerto e la sfilata, chiamiamola banda o orchestra di fiati come più conviene, ma diamole il rilievo artistico e culturale che merita.
Non so poi se prendere sul serio un altro termine che ho trovato proprio fra le interviste di questo sito: la banda diverrebbe un’ “orchestra sinfonica minorata” (vorrà dire un’ “orchestra diversamente abile”?) quando, avendo talvolta i contrabbassi in organico, risultasse priva degli altri archi. Sarebbe come dire che il quartetto è un “quintetto minorato” perché mancante di pianoforte, o clarinetto, o corno, o altra viola… immagino già il parere di Beethoven in proposito. Fra l’altro, il contrabbasso in banda è storicamente giustificato: già ai tempi di Mozart lo si utilizzava al posto del controfagotto, ed ha una funzione timbrica assai precisa, diversa da quella che ha in orchestra d’archi: il contrabbasso degli ottoni è la tuba, ma quello dei legni è lui.
Il non avere gli (altri) archi secondo me non è “un deficit, una minorazione”, ma una scelta precisa, e non è giustificata dal solo fatto di potersi muovere, altrimenti non esisterebbero tutte le percussioni che oggi ci sono: non solo non si può sfilare con 5 timpani o le campane tubolari al seguito, ma anche oboi, fagotti e corni hanno i loro bei problemi nel suonare camminando (infatti le marching band americane – o le vecchie bande militari – non li hanno), quindi l’essenza della banda sta da un’altra parte.
Dove? Meglio lasciare la parola a Percy Grainger che, essendo stato il pianista più grande della sua epoca (quindi proveniente dal mondo “colto”, il Pollini di allora), era totalmente al di fuori di possibili coinvolgimenti sospetti: «La banda – con il suo vario assortimento di ance (così grandemente più ricco delle ance dell’orchestra sinfonica), la sua completa famiglia dei saxofoni che non si può trovare altrove (al mio orecchio il saxofono è il più espressivo degli strumenti a fiato, il più vicino alla voce umana. E davvero gli strumenti dovrebbero essere giudicati in base alla loro vicinanza tonale alla voce dell’uomo!), il suo esercito di ottoni (sia chiari che scuri) – non è forse uguale a qualsiasi altro medium mai concepito? Come veicolo di espressione profondamente emotiva a me sembra non abbia rivali.»
Che altro aggiungere? Trovo polverosa (e anche un po’ triste) la visione della banda principalmente come espressione del folclore, della strada, della tradizione popolare, e se solo si conoscessero davvero le opere di Hindemith, Grainger, Daugherty, Maslanka non si parlerebbe più così. Del resto ogni popolo ha le proprie tradizioni, ma è normale superarle a favore di un’evoluzione globale migliore. Nessuno in Ungheria vuol far morire il Tarogato (il Tarogato è uno strumento tradizionale ungherese, ad ancia semplice come il clarinetto, ma con camera conica e di dimensioni maggiori, cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/tárogató ; NdA), ma la musica per banda migliore che ci viene da quel Paese non lo contempla, ed è rimasto solo nelle piccole bandine folk, anche se c’è persino un concerto per Tarogato solista e banda. Ciò ha permesso ai bravi compositori ungheresi (Hidas su tutti) di entrare stabilmente nel repertorio internazionale. Se guardiamo il catalogo della Editio Musica di Budapest, troveremo i brani più vecchi ancora con organici tipicamente ungheresi o comunque mitteleuropei, da un certo punto in avanti solo organico standard di banda sinfonica, quello di Holst e Grainger. Allora cerchiamo di capire bene che la musica popolare è altra cosa da quella d’arte. Per la prima ci sono migliaia di espressioni peculiari di ogni paese che non devono essere confuse con la banda sinfonica, da concerto, che ha un organico standard globalmente accettato (persino in Cina o in Giappone), che suona musica scritta e, almeno negli intenti, “colta”. Il punto di unione tra le due è stato mirabilmente trovato da Holst, Vaughan Williams, Grainger, Milhaud, quando utilizzavano canti popolari nelle loro composizioni bandistiche sinfoniche.
Nessuno vuole negare le tradizioni, le rimembranze, la nostalgia (quando eravamo giovani e spensierati…), c’è chi ricorda la fisarmonica e chi la banda che “come il sangue correva” (non ho mai visto una banda correre, però da un punto di vista romanzesco è una bella immagine, degna di Sciascia o Camilleri, tanto per restare in Sicilia), ma non è di queste buone cose di nonna Speranza che stiamo discutendo, e vorrei tanto non fossero più confuse con quello che è diventata la banda sinfonica nel tempo, proprio ad opera dei grandi autori che ben conosciamo. Se un maestro come Rimsky-Korsakov ha sentito la necessità di scrivere tre concerti per solisti e banda, non era certo per farli poi eseguire né all’aperto, né in movimento…

Oltre che direttore, sei anche largamente conosciuto come insegnante di Direzione. Negli ultimi 20 anni il livello delle scuole di formazione bandistiche per gli strumentisti, si è notevolmente evoluto; i giovani diplomati nei conservatori, vista la carenza di “posti reali” da strumentista, si dedicano sempre più all’insegnamento nei corsi di orientamento bandistico. E i direttori?
Diciamo che i giovani diplomati spesso vengono scaraventati sul podio delle bande senza alcuna preparazione specifica. Ma questo problema non è solo del nostro mondo: anche tra le Orchestre sinfoniche si vedono ancora casi di strumentisti che diventano direttori all’improvviso, solo per essersi trovati al posto giusto nel momento giusto, e che nemmeno si pongono il problema della tecnica gestuale. Sarebbe come se un pianista pretendesse di suonare un concerto senza aver mai fatto scale e arpeggi: purtroppo in Italia è così perché siamo ancora troppo legati all’immagine del “direttore nato”, anziché renderci conto (come all’estero) che anche la direzione va studiata in tutte le sue componenti. Un bravo e sensibile strumentista potrà forse aver appreso concertazione e interpretazione a forza di prove con grandi direttori, ma la tecnica gestuale, che per troppi non è importante (di solito quelli che non la conoscono…) si impara solo attraverso lo studio analitico e sistematico. Essa ti permette di parlare poco e far suonare tanto, della qual cosa ogni orchestra, o banda che sia, ti ringrazierà: gli strumentisti non amano le conferenze durante le prove.
Quindi non è un problema solo delle bande, tutt’altro, e del resto la materia specifica è difficile da trovare anche in Conservatorio, dove può capitare che al corso di Direzione d’Orchestra si facciano analisi, prassi esecutiva, orchestrazione (importantissime!), ma non vera tecnica del gesto, liquidata in due lezioncine sulle figure in 2, 3 o 4 (magari fosse tutto lì!).

Cos’è che spinge un direttore a frequentare i tuoi, o altri, corsi? E secondo te, perché chi non li frequenta viene “frenato”?
Questo bisognerebbe chiederlo agli allievi… magari puoi rispondere tu, che sei stato uno dei primi e dei tuoi risultati sono orgoglioso, almeno per quanto possa essere il mio merito. Per me era la consapevolezza di non sapere nulla e il desiderio di imparare. Devo dire che oggi, rispetto a 20 anni fa, ci sono molte più opportunità, anche se la qualità dei corsi non va di pari passo con la quantità, e la “concorrenza” segue parametri piuttosto singolari: troppo spesso ci si affida all’appartenenza all’una o all’altra “scuola” senza voler nemmeno vedere il positivo che può esserci nelle altrui ricerche ed esperienze, giudicando senza conoscere né l’insegnante né le metodologie da lui proposte.
Poi tu ritieni che chi non frequenta corsi venga frenato? A me non sembra, sono ancora poche le Bande che scelgono il proprio direttore sulla base delle sue specifiche ed obiettive capacità… dovrebbe essere così ma temo sia solo un auspicio.

Quindi credi che dovrebbero essere le bande stesse a “spingere” in quella direzione?
Basterebbe un primo passo, ovvero che una banda, nel momento in cui si trovi ad affidare la direzione ad un nuovo, giovane maestro, gli faccia frequentare prima un corso serio, che affronti non solo la tecnica del gesto e delle prove, ma anche il problema del repertorio, la parte armonico-analitica, ecc. Se poi questo dovesse diventare il criterio per poter essere chiamati, tanto meglio…

Pensi che certi “vangeli” della direzione bandistica dovrebbero essere tradotti in italiano? Mi riferisco ai vari Green, Rudolph eccetera… non sarebbe ora di avere qualcosa nella nostra lingua? E credi che questo spingerebbe altri direttori verso il miglioramento?
Sinceramente no, non lo credo. Naturalmente sarebbe positivo avere quei testi di direzione in italiano (ce ne sono altri, ma ancora non i grandi classici), ma non penso che questo possa spingere un numero rilevante di direttori verso lo studio. Se uno veramente desidera studiare fa di tutto per arrivarci: il mio inglese era quello del liceo, a forza di leggere libri in inglese oggi lo posso parlare, per non dire del tedesco che ho dovuto mettermi a studiare ex-novo dedicandovi molto tempo, o dello spagnolo a cui mi sto applicando ora. Ma la conoscenza delle lingue apre le porte anche agli ingaggi internazionali.

E una nuova “opera” da parte di un Italiano?
La materia è complessa e, visti i nomi dei precursori, direi abbastanza delicata. Non è facile proporsi con le idee tanto chiare da non destare dubbi. Mi è stato chiesto più volte di scriverlo, questo libro, sto contando 70 volte 7 prima di farlo, anche se molto materiale sarebbe già pronto, quello che normalmente utilizzo ai miei corsi… il problema è che ogni tanto lo ritrovo in giro, questo materiale, per cui forse sarebbe ora di preparare il testo!

Nonostante le cattedre di Strumentazione per banda nei conservatori, la “banda” fa abbastanza fatica a proporsi come ensemble di elevata valenza artistica. È anche vero però, che negli ultimi anni, alcuni di questi istituti stanno promuovendo le Orchestre di Fiati al loro interno. Ce la faremo prima o poi?
Anzitutto le cattedre di Strumentazione sono troppo poche (soprattutto se paragonate al numero di bande sul territorio), 17 su 57 Conservatori costituiscono una percentuale assai bassa, per di più distribuita male geograficamente: per esempio abbiamo 3 cattedre in Puglia e nessuna in Liguria.
Comunque ci sono oggi diversi Conservatori che hanno al loro interno una banda e Udine, dove io insegno, è uno di questi: il direttore concede ad essa uno spazio molto importante, almeno paritario rispetto all’orchestra con gli archi. In questo Anno Accademico inviteremo Jan Van der Roost a dirigere un concerto, mentre in luglio saremo a Schladming al Mid-Europe. Gli allievi, già del resto provenienti dal mondo delle bande locali (e di questo fenomeno ogni Conservatorio farebbe bene a rendersi conto con più attenzione), sono molto contenti di suonarci. Penso che quest’attività non possa far altro che diffondersi e crescere: certo, i livelli delle Università americane sono ancora molto lontani, ma il processo è iniziato e non si tornerà più indietro, per cui sono fiducioso.

Credi che lo studio della Direzione Bandistica inserito in conservatorio sarebbe utile?
Sarebbe utile, auspicabile e di successo per i Conservatori stessi, vista la richiesta che viene soddisfatta quasi interamente dai corsi privati. In effetti la materia ci sarebbe già, al Triennio Accademico e al Biennio, sta poi al singolo insegnante inserire questa parte di studio anche prima. Certo, bisogna che la si conosca sia nella pratica che nella parte didattico-metodologica, e fino ad oggi i criteri di “reclutamento” per gli insegnanti di Strumentazione per Banda non la tengono, ovviamente, in considerazione, anche se gli allievi la richiedono: almeno da noi sono tutti direttori (o aspiranti tali) essi stessi. Penso che la cattedra di Strumentazione una volta fosse considerata solo una possibilità di diploma in più per gli allievi di Composizione, che in poco tempo (avendo già fatto la Fuga) imparavano a scrivere una Marcia e ad orchestrare per banda, ma oggi questi aspetti non bastano più, il vero motivo per cui gli allievi si iscrivono è di conoscere anche la direzione, la concertazione, la letteratura importante.
In 6 anni a Udine ho avuto, finora, una ventina di allievi (5 diplomi), e nessuno di essi si è iscritto vedendo in questo corso una scorciatoia o un nuovo diploma “trovato” per strada, tutti sono interessati a capire la banda nei suoi molteplici aspetti, la vivono e ci lavorano. C’è da dire che noi permettiamo l’accesso anche a chi non ha l’inferiore di Composizione (che viene preparato con me), interessando quindi una fascia più ampia di studenti, che posso seguire ben più a lungo e con maggior cura che se non facessero solo i due o tre anni finali, come in altri Conservatori.

Dopo la tua “fatica editoriale” ‘La Banda, orchestra del Nuovo Millennio’, ti sei guadagnato anche un ruolo “Ufficiale” di esperto del repertorio, sia storico che moderno, di qualità. In questo campo, però, vieni spesso additato come “Americanofilo” o “Esterofilo”. Cosa manca al repertorio “nazionale” per fare il salto di qualità?
Non è colpa mia se il repertorio americano importante è stato quasi ignorato per anni. Solo quando la diffusione era ormai inevitabile per vie alternative (cd, internet) si è cominciato a spedire alle bande italiane alcuni cataloghi USA (neanche i più interessanti), ma il “mercato” (bruttissimo termine di moda) americano esisteva da almeno 50 anni e ci era quasi completamente sconosciuto. Quando cominciavano ad arrivare dall’Olanda i primi brani di carattere “moderno”, si classificavano velocemente come “musica americana” magari perché contenevano elementi swing, ma la vera musica americana era altra, totalmente sconosciuta. Basti pensare che mentre da noi Indonesian Boat Song di Jef Penders sembrava una novità straordinaria, Karel Husa scriveva Apotheosis of this Earth… Ecco, la vera differenza è proprio questa: in Italia i grandi compositori (ne abbiamo avuti e ne abbiamo ancora) non hanno quasi mai scritto per banda, e nei rarissimi casi in cui l’hanno fatto (penso a Casella, Berio) hanno prodotto dei pezzi dall’organico particolarissimo, che non li mette in grado di entrare stabilmente nel repertorio. Negli USA invece si sono fatti sforzi continui (già dagli anni ’30!) per far scrivere per banda, su organico standard, i grandi autori. Basterà citare Schoenberg, Milhaud, Respighi, lo stesso Husa o, in tempi recentissimi, Daugherty, Corigliano, Colgrass. Si è capito che bisognava impegnare risorse, anche economiche, per avere un repertorio di alta qualità che fungesse da traino a tutto il mondo bandistico.
Se pensiamo che tutto è partito dalla nascita dell’Associazione dei Direttori Americani e dal suo illuminato presidente Franko Goldman, abbiamo già capito cosa dovremmo veramente fare anche noi.
Poi, ovviamente, anche negli USA c’è musica di scarsa qualità, ripetitiva, di maniera, soprattutto tra i gradi di difficoltà medio-bassi, ma non bisogna commettere l’errore di pensare che essa rappresenti lo state-of-the-art: si tratta di brani di consumo, destinati a sparire nel giro di pochissimo tempo, un po’ come per noi certe canzonette alla moda arrangiate per banda (genere che loro non hanno proprio). Tra gli autori che scrivono solo per banda (come da noi) vi sono coloro i quali tengono ben presente il messaggio ricevuto dai grandi compositori, e ci sono altri che non fanno che produrre pezzi ABA tutti uguali, ma mediamente il livello qualitativo è più alto del nostro, oppure ad un brano “junk” fa subito eco uno “serio”.
Bisogna anche tenere conto della particolare situazione che influenza i brani di grado 1 e 2. Questi da noi sono quasi completamente trascurati perché i nostri allievi vengono preparati allo strumento prima di entrare in banda, mentre da loro l’ingresso in banda è contemporaneo all’inizio dello studio dello strumento: i ragazzi imparano tutti insieme mentre suonano questi pezzi, in molti casi semplici e certamente non “ispirati”, salvo eccezioni nobili che ci sono, eccome. Ma questa è didattica, senza la pretesa di essere arte.

Pensi che una maggiormente diffusa preparazione adeguata dei direttori, potrebbe cambiare le “tendenze di mercato”?
Certamente si, dipende solo da noi. Le case editrici si adeguano alla richiesta, se questa c’è. Per troppo tempo in Italia abbiamo fatto il contrario, senza chiederci se ci fossero alternative. In ogni caso siamo in buona compagnia: sono stato invitato in più occasioni in Spagna (dove il mio libro sta avendo un successo inaspettato) come relatore sulla letteratura storica per banda, ed ho visto che anche da loro il repertorio anglo-americano è ancora poco conosciuto. Loro sono passati dalla fase “trascrizioni” a quella “opere originali”, anche di grande livello, senza nulla conoscere della letteratura storica importante. I loro compositori, anche lì spesso non specializzati in banda, si sono riferiti più alla musica colta del Novecento (Ravel, Stravinsky, Shostakovic) che ai capolavori bandistici del passato (Holst, Grainger, Vaughan Williams), ottenendo in ogni caso risultati eccellenti.

E una “Associazione” o “Albo” nazionale dei Direttori?
Un Albo non so, sarebbe forse corretto in linea di principio ma, come per tante altre cose italiane, rischierebbe di diventare una casta… dipenderebbe dalla gestione, che dovrebbe essere lasciata a chi davvero ne capisce qualcosa. Del resto non c’è neanche per i direttori d’orchestra, dunque non so se sia davvero necessario.
Invece appoggio totalmente l’idea di un’Associazione, anche più Associazioni, diverse fra loro in un’ottica pluralistica, che spendano risorse per la crescita del mondo bandistico, come è stato ed è tuttora in America. 200 direttori messi insieme trovano di sicuro i soldi per commissionare un brano sinfonico eseguibile “normalmente” a qualche grande nome… pensa se avessimo 15 minuti di musica originale, scritta per organico standard, di Morricone o Piovani, Sciarrino o Francesconi…

Come Direttore, viaggi parecchio per il mondo. Come vedi la situazione Italiana rispetto all’estero?
Come la vedo io importa poco… è la realtà dei fatti che, pur avanzando, paghiamo comunque un ritardo pluridecennale. È un discorso sentito e risentito: non siamo “indietro” solo rispetto agli USA, ma anche rispetto a Paesi più piccoli come Svizzera, Olanda, Belgio, Spagna. Qui le risorse economiche offerte alle bande (ma si dovrebbe dire: alla musica in generale) sono molto maggiori che da noi, e nonostante inevitabili problemi che ci sono ovunque, si fa in generale di più e meglio.
Si è parlato molto del “caso Muti” che ha diretto una banda calabrese, sono d’accordo con quelli che hanno detto e scritto che si è trattato di un’occasione riuscita solo a metà: magari avessimo avuto un’interpretazione di Muti di una Suite di Holst o di un brano di Grainger! Invece si è suonata la grancassa mediatica, che in Italia è lo strumento più importante, col risultato di “apparire” più che “essere” veramente, prego di intendere col necessario distacco, visto che conosco alcuni dei personaggi coinvolti, e sono certo che l’operazione sia stata condotta con buona fede, entusiasmo, capacità. Forse è servito anche così, ci sono scopi extra-musicali certamente importanti, ma l’obiettivo più ambizioso, quello che ci avrebbe davvero cambiato le cose, non è stato raggiunto.
Che tristezza assistere ad una trasmissione sulle bande di Rai Tre, dopo (e forse ispirata da) questi avvenimenti! Tutto sembrava ruotare intorno a ricordi di sagre e funerali, al ruolo sociale esercitato dalla banda (certo importante, ma perché ci dobbiamo mettere sempre sullo stesso piano delle bocciofile?), ai matrimoni fra bandisti… una banda presente ha suonato Azzurro di Celentano (perché?), ma non c’è stato nessuno che abbia parlato, per esempio, delle composizioni più significative, magari facendole ascoltare, o magari anche solo di quel grande del passato, Sousa, che tutti apprezzano nelle sue marce, ma che nessuno conosce davvero. Invece la straordinaria partecipazione di Muti avrebbe potuto far capire a tutti che le bande sono ben altro, e i signori invitati a quella trasmissione avrebbero dovuto chiedersi se la banda era quella che pensavano, o se fosse loro sfuggito qualcosa…
Qualcuno ha notato il programma del concerto diretto da Leonard Slatkin (un “collega” di Muti, per i pochi che non lo sapessero) il 13 aprile scorso, alla testa della U.S. Coast Guard Band? Eccolo: Passacaglia e Fuga in do minore di Bach, Symphonic Metamorphosis di Hindemith, UFO di Daugherty. Due trascrizioni, d’accordo, ma di brani non certo della tradizione popolar-bandistica, e una lunghissima (43 minuti), importante e recentissima opera originale.
Ecco, se solo chi ha fatto 30 (naturalmente già per questo va plaudito) per avvicinare Muti, avesse fatto anche 31 per convincerlo a dirigere qualcosa di diverso dai tradizionalissimi Verdi e Bellini, l’occasione sarebbe stata veramente fruttifera, e avrebbe potuto cambiare radicalmente la visione della banda nei media e negli amministratori, oltre che fra gli addetti ai lavori della musica classica. Un modo per estendere, diciamo, i risultati ottenuti dalla direzione di Muti a tutte le bande italiane.

Domanda da 1 milione di euro: dove sta andando la banda in Italia?
Mi pare che la banda in Italia, nonostante i promettenti anni ’90, quando tutto esplose facendo immaginare un radioso avvenire, stia adesso andando verso un mondo più fatuo, facile preda di lobbies, che è lo specchio dei tempi, socialmente e politicamente parlando. Però noi, non avendo avuto la solida base degli americani o degli olandesi, ne paghiamo maggiormente le conseguenze, credendo sia oro quello che luccica quando, tutt’al più, è un buon ottone (salvo i casi eccezionali, che ci sono). Non scorgo un’obiettivo comune, chiaro e condiviso da tutto il movimento, vedo invece ancora frammentazione, iniziative isolate, poco coordinamento.
Questa parola mi fa venire in mente la meritoria attività di Giorgio Zanolini ed i suoi, che stanno cercando di far parlare la stessa lingua a diverse Associazioni bandistiche locali. Spero si possa presto trasformare in un’unità anche artistico-culturale, è quello che conta di più. Ma anche i singoli si possono impegnare per il miglioramento, invito a leggere il fondo di Alberoni sul Corriere della Sera del 17 novembre, che consiglia agli ambienti intellettuali (musicisti compresi) di “respingere le ideologie”, “conservare la propria libertà di giudizio anche a costo di rinunciare a vantaggi e privilegi”.
Una funzione importante la potrebbero svolgere i concorsi: per esempio mi piacerebbe vedere un brano d’obbligo scritto appositamente da un autore dell’ambiente “colto”, o più semplicemente imposto uno dei tanti pezzi dal linguaggio contemporaneo non convenzionale (ce ne sono anche di facili), che in Italia non si suonano mai. Gli obiettivi, i brani, gli esperti, i regolamenti non dovrebbero essere scelti sulla base di parametri imperfetti come opportunità, simpatie, accordi turistici o commerciali, ma sull’effettiva, direi “drastica”, qualità o competenza, che poi servirebbe anche ai concorsi stessi, vedi i risultati artistici di Valencia o Kerkrade.
Confido anche nella diffusione dei festivals, occasioni in cui una banda può eseguire un programma più ampio, alla presenza di una giuria che però dà solo giudizi e non classifiche, con le quali si finisce sempre per invogliare l’atavica tentazione di imbrogliare le carte.
Poi ci sono le ricorrenti mode dei compositori più in voga, che ogni volta sembrano aver risolto il problema del repertorio, ma abbiamo bande che hanno suonato tutti i pezzi dell’autore alla moda di turno senza aver mai provato, in anni e anni, non dico un Persichetti, ma nemmeno un Erickson. Questo per intendere che c’è ancora così tanto repertorio storico di qualità da eseguire, che non è strettamente necessario correre dietro a tutte le novità.
Passerò per pessimista, ma se continuo a crederci, nonostante le difficoltà, è perché non lo sono: vedo anch’io alcune eccellenze che abbiamo nel mondo bandistico italiano, ottime orchestre, bravi direttori, capaci compositori, coraggiosi organizzatori, moderne associazioni. Ma punto tutto sul repertorio di qualità, la vera sfida bandistica dei prossimi anni, e non posso che continuare a recitare questa parte di “coscienza critica” se serve a risvegliare gli animi… del resto questa è la realtà: certo chi non vuole migliorare continua a dire che “tutto va ben, madama la Marchesa” (Pippo Barzizza 1937, per la cronaca anno di composizione di Lincolnshire Posy…).

Grazie Lorenzo, a nome mio e di tutti gli utenti di MondoBande.it.
Un saluto cordiale a tutti gli utenti di MondoBande.it (che mi pare un sito responsabile), e i migliori auguri per la loro attività musicale.

(a cura di Denis S.)