Intervista a Emilio Maccolini

Emilio Maccolini, titolare della Animando Edizioni Musicali, una delle “giovani” case editrici italiane di Musica per banda. Come e quando inizia l’avventura di Animando nell’editoria bandistica, e perché la scelta della Banda come “media” principale?
Ho fondato l’Animando ormai 10 anni fa’, come conseguenza della mia scelta di “cambiare vita”, di trovare altri obiettivi, diversi da quelli raggiunti nella mia attività precedente; avevo due alternative, o il mondo informatico, per la precisione il web, che in quegli anni si stava sviluppando molto e in Italia era ancora ai primi passi, oppure seguire l’altra mia passione di sempre: la musica.
L’idea di una nuova casa editrice mi è stata suggerita da Lorenzo Della Fonte, e, viste le mie competenze informatiche, la mia esperienza e formazione commerciale e le mie conoscenze musicali, questa scelta sembrava percorribile.
La banda è il mondo musicale in cui sono nato e che non ho mai abbandonato, nemmeno quando altre alternative mi si sono proposte e che potevano sembrare più allettanti del “servizio del Venerdì Santo”… le ho semplicemente coltivate ma senza abbandonare mai la banda; tra l’altro a 23 anni, sono stato nominato direttore della Banda Cittadina di Sondrio, quindi una passione per la banda molto radicata.

Qual è, secondo te, l’attuale situazione dei compositori Italiani e della loro Musica?
Non è facile rispondere perché è impossibile generalizzare, e sarebbe un grave errore farlo; sicuramente ci sono artisti molto capaci ma ritengo che pochi sono all’altezza di competere con la qualità dei colleghi statunitensi ed europei. Posso comunque affermare che la situazione è in continuo sviluppo, forse un po’ lento e senza molta vivacità; sarebbe auspicabile una ventata di novità, magari frutto di un’ ulteriore specializzazione degli attuali e potenziali futuri compositori che, dopo lo studio dei capolavori già esistenti, sia passati che recenti, siano in grado di proporre opere nuove con una certa direzione.

Come viene decisa la composizione di un catalogo? Qual è il rapporto quantitativo tra brani originali e trascrizioni, e come si relaziona con le richieste del Mercato?
La mia attività è un po’ atipica rispetto alle altre case editrici: non ho come obiettivo quello di voler pubblicare un catalogo con un certo numero di brani divisi tra originali, trascrizioni classiche e arrangiamenti di musica leggera. La mia linea editoriale esclude comunque la pubblicazione di musica leggera, ce ne sono già moltissime sia estere che italiane e di ottima qualità, preferisco commercializzare queste e dedicarmi maggiormente agli originali e a qualche trascrizione; in questo caso però devono essere titoli piuttosto ricercati e particolari.

Quali sono i criteri che utilizzate nel selezionare i brani da pubblicare? Come decidete se un brano va pubblicato oppure no?
E’ un dilemma che si ripropone ad ogni nuova proposta. In definitiva siamo chiamati a decidere se un’opera è meritevole di pubblicazione oppure no, quindi la responsabilità non è da poco. Per quanto mi riguarda cerco per prima cosa di non decidere d’acchito sulla sola impressione d’ascolto, il dubbio che se non piace a me non è detto che non sia bella e valida (e viceversa!) mi assale sempre; allora cerco di capire quanto di “musica” viene proposto, quanta arte compositiva è stata impiegata e in che modo, la sua coerenza, cosa ha da dire, cosa racconta. Se queste analisi mi convincono allora si passa all’esame della strumentazione e alla successiva pubblicazione.

I brani pubblicati vengono proposti dai compositori/arrangiatori, o è l’editore che “richiede” al compositore di scrivere un certo tipo di brano?
Visto il mio preponderante interesse verso i brani originali, è il compositore che mi propone le proprie opere, nel caso di trascrizioni può avvenire che sia io a richiedere uno specifico lavoro.

In base a quali parametri scegliete gli autori da pubblicare?
In base alla composizione, come ho raccontato sopra, non importa chi sia l’autore.

Uno dei problemi più grossi per il mercato editoriale, è quello della fotocopiatura selvaggia della musica. Oltre al danno economico, secondo te non ha anche una ricaduta sulla qualità e soprattutto sul “ricambio” del repertorio?
La “fotocopiatura selvaggia” è sicuramente uno dei problemi più grossi del nostro settore. Il danno economico è notevole, dico sempre che fotocopiare equivale ad entrare nel mio ufficio e letteralmente rubarmi di nascosto una partitura dallo scaffale, è esattamente così; inoltre ricordo che questo comportamento produce anche un danno per i compositori in termini di royalties non percepite; ma la ricaduta più grave è questo senso di poca professionalità che “marchia”, per così dire, i direttori e le bande che utilizzano sistematicamente questo mezzo per recuperare nuovo repertorio (ma cosa c’è di nuovo se sono brani già eseguiti da altri?).
Vorrei citare un episodio che mi raccontò un amico: questi partecipò ad un master class di uno strumentista di fama mondiale, uno degli iscritti si presentò con un brano fotocopiato, il docente chiese l’originale e lui rispose che appunto non l’aveva ma si era procurato una fotocopia, il maestro prese le fotocopie e le stracciò, chiese all’allievo di uscire dicendo che lui vuole lavorare solo con professionisti seri e tra la serietà del professionista c’è anche la capacità di capire l’importanza dell’acquisto degli originali nel meccanismo complessivo della musica.
Un altro episodio al quale ho assistito personalmente, sempre durante un master class strumentale: un allievo si avvicina all’insegnante chiedendo lumi su certi passaggi, il docente viste le fotocopie e appurata l’inesistenza degli originali, disse in inglese: “Senti, con te se vuoi potrei parlare del tempo, di sport o del menù di oggi, io parlo di musica solo con i musicisti, sei uno che “va di fotocopie”, non sei certo un musicista…”.
Qualche timido passo però, devo ammettere, lo si sta facendo; sempre più bande e direttori cominciano ad essere un po’ più gelosi e orgogliosi del proprio repertorio e alla richiesta di poter fotocopiare (magari con “scambio”), rispondono che se vogliono possono fare come loro ed acquistarlo e che non interessa nulla del loro repertorio.
A questo si aggiunge anche l’esigenza sempre più sentita dei direttori di avere un proprio repertorio originale, differente, di voler proporre composizioni non eseguite da altri colleghi. Inoltre sempre più direttori comprendono che il loro livello professionale, la loro immagine e credibilità passa anche attraverso un comportamento corretto verso tutti gli attori del mondo musicale, editori e compositori compresi.
Se questa “presa di coscienza” coinvolgerà sempre più direttori e bande, il problema “fotocopie selvagge” diminuirà; di conseguenza diminuiranno anche i costi degli originali, come già ben spiegato nella sua intervista dal Sig. Villata (Scomegna), motivo per cui molti “fotocopisti selvaggi” cercano di giustificare la loro prassi.

Qual è il ruolo dei Direttori di Banda in tale questione?
Come dicevo, il ruolo dei direttori è fondamentale, sono loro che scelgono il repertorio e che eventualmente “recuperano” copie da altri direttori e bande compiacenti.
Sono loro che devono prendere coscienza dell’etichetta che portano addosso se utilizzano fotocopie, sono loro che devono pretendere originali e chiedere alle bande dirette di custodirli con gelosia, non mettendole a disposizione di chiunque le chieda e a di chi propone “scambi”…
Insomma, sono i direttori che devono voler uscire dall’ambito hobbistico ed entrare in quello professionale; l’acquisto degli originali è una componente importante della loro professionalità (ovviamente non è certo l’unico!).

Secondo te, qual è il motivo per cui in Italia stenta a “decollare” il repertorio originale?
Io penso che sia “decollato”, forse non sta “planando” ma non direi che sia ancora “a terra”… Ormai sempre più direttori seguono corsi di direzione, dove si studia e si discute molto del repertorio originale, partendo da quello storico fino ai giorni nostri; molti direttori si stanno convincendo che proporre un repertorio scritto appositamente per l’organico bandistico aiuta loro ad ottenere risultati migliori e ad identificare la banda con un proprio sound; sempre più direttori si rendono conto di quanto sia difficile e impegnativo cercare di imitare altri organici come l’orchestra sinfonica, la big band o il complesso rock, e di quanto, seppur ben fatto, il risultato finale sia così lontano dall’originale; spesso si corre il rischio di deludere l’ascoltatore poiché il raffronto con l’originale non regge, malgrado l’impegno profuso.
Un giusto equilibrio di brani originali, trascrizioni e arrangiamenti moderni scelti con molta oculatezza, sono convinto che sia la scelta migliore per essere sempre più seguiti da un proprio pubblico, invito i direttori ad avere più coraggio e imperniare la propria proposta musicale sugli originali.
Concludo dicendo che il lavoro intrapreso 10 anni fa dalla Animando e l’attività dei miei colleghi stanno producendo risultati incoraggianti; sempre più programmi prevedono originali per banda, la linea è tracciata, ora sta nei direttori virare con più convinzione in questa direzione, sperando che scelgano sempre più “originali”… in tutti i sensi!

Pensi che un Albo o Associazione dei direttori (sulla falsa riga di quelle americane) potrebbe accelerare questo processo?
In effetti potrebbe essere utile, forse più un’associazione che un albo.
L’albo in linea teorica sarebbe la cosa migliore, ma la vedo di difficile realizzazione e pericolosamente soggetta a possibili manipolazioni da chi la governerebbe… temo sinceramente che potremmo assistere al fiorire di albi diversi, ognuno dei quali si arrogherebbe il diritto di essere il più qualificato. Mentre le associazioni sarebbero di per sé più libere di fondarsi a seconda della linea di pensiero che meglio rappresentano ciascun associato; forse sarò pessimista, ma anche in questo caso il pericolo di antagonismo fine a se stesso e non alla crescita collettiva lo vedo altissimo…

Grazie mille, Emilio, per aver contribuito all’approfondimento del funzionamento del mondo editoriale, e buon lavoro alla Animando Music Publisher.
Grazie per l’opportunità che mi avete dato di raccontare queste mie impressioni, vi auguro buon lavoro e un in bocca al lupo per le vostre attività musicali.

(a cura di Denis S.)