Intervista a Salvatore Bonaffini

Ciao Salvatore, benvenuto su MondoBande.it. Iniziamo con una domanda doverosa per conoscerti un pò meglio: puoi parlarci del tuo percorso musicale?
Ciao Giuseppe, prima di ogni cosa grazie a te e allo staff per  avermi invitato su mondobande.
Vedi, il mio percorso musicale inizia quando ero proprio un bambino. Già in tenera età presi a far parte di un gruppo folkloristico siciliano, dove cantavo e ballavo le musiche della nostra tradizione.  Successivamente, intorno ai  dieci anni, iniziai a studiare musica in banda, dove imparai a suonare la tromba. Per un periodo ho svolto parallelamente queste due passioni, anche se ad un certo punto mi sarebbe piaciuto diventare un ballerino; però, purtroppo, già a quell’età  la mia corporatura era robusta, il che non mi aiutò molto e dovetti  subito disilludermi. Non smisi, però, di suonare la tromba, e continuavo a dilettarmi nel canto.
Poiché nelle mie zone, tra Caltanissetta ed Enna, non vi era nei licei musicali la classe pareggiata di Tromba, fui costretto con tanti sacrifici ad andare giovinetto a Palermo a studiare col M° Cecere. Mi diplomai e iniziai a collaborare suonando in qualche orchestra, però le aspettative non erano fra le migliori, i posti erano saturi; invece notavo che nei vari teatri italiani, i posti per cantanti c’erano e le possibilità erano maggiori rispetto agli strumenti a fiato.
Mi ritrovai a fare il tenore per caso. Durante una rappresentazione a Beirut venne a mancare un tenore; il maestro, sapendo di questa mia passione e conoscendo le caratteristiche della mia voce, mi incitò a provare. Da lì presi  fiducia e coscienza di ciò che erano le mie possibilità. Dopo quell’occasione iniziai a studiare canto da professionista. In una prima audizione a Palermo fui scartato, ma non mi arresi: infatti, in una successiva a Catania mi andò meglio. Iniziai a studiare seriamente e a crederci tant’è che oggi mi ritrovo ad essere uno degli artisti del Teatro Massimo “Bellini” di Catania.

Visto il traguardo che hai raggiunto, come hai deciso di continuare a dedicarti alla banda?
Semplicemente per amore e per passione. Come ti dicevo, imparai a suonare la tromba in banda e poi con gli studi andai perfezionandomi. Fu durante il periodo militare che presi in considerazione di lavorare seriamente anche con la banda. All’epoca andò in pensione il Maggiore che era direttore del gruppo in cui suonavo, e il comandante mi chiese se potevo scrivere o arrangiare qualcosa riguardo il tema de “I Vespri Siciliani”. Da lì iniziai ad approfondire i miei studi sulla musica del folklore siciliano, scrissi ed arrangiai alcuni brani, in particolare un canzoniere. Il canzoniere, dal titolo “Sicilia Folk”,  fu una scelta voluta: ancora le bande erano solite suonare il classico canzoniere napoletano alla fine di un concerto, e preso da una sorta di campanilismo tra me e me pensai che se canzoniere doveva essere, almeno che fosse un canzoniere della mia terra e non preso in prestito da altre regioni.

Nella tua carriera hai iniziato, quindi, percorrendo una strada, quella del trombettista, ma per un gioco del destino ti  ritrovi oggi ad essere un tenore, prendendoti anche grandi soddisfazioni, come le incisioni  per la  prestigiosa casa discografica “Decca” nelle cui opere, “Pagliacci” e “Trovatore”,  fra gli interpreti vi era anche Andrea Bocelli…
Si, il fatto di partire come strumentista e poi ritrovarmi cantante mi ha permesso di completarmi musicalmente.
Anche le interpretazioni per le due incisioni sono arrivate per caso: in pratica mi trovai al posto giusto al momento giusto. Quando arrivai al Teatro di Catania per me fu subito un amore a prima vista, e io cercai subito di farmi ben volere. Se tu dai alla fine ricevi qualcosa: infatti quando Bocelli, per queste registrazioni, ha chiesto di noi artisti del “Bellini”, il direttore artistico ha voluto che ci fossi anche io, ricoprendo  ruoli dove la voce doveva essere molto presente.

Oggi, quindi,  canti l’opera e dirigi due bande. La tua storia è un po’ come la storia della banda, perché da quando inizia ad evolversi ha percorso la propria strada trasmettendo nei piccoli centri ciò che veniva messo in scena nei grandi teatri con le numerose trascrizioni di brani d’opera.
Se per me è stato un caso, per la banda invece credo che non sia andata allo stesso modo. Nel periodo del regime, infatti, in ogni paese era istituita una banda e il fattore politico ha inciso sicuramente molto sulla sorti della banda. Si pretendeva, a volte anche con la forza, che le esibizioni dei concerti bandistici dovessero avere tutta una impronta nazionale, e quindi emblema per eccellenza era l’opera.
Però, in tutta sincerità, molte delle opere che ci sono pervenute trascritte sono abbastanza scadenti; se tralasciamo quei compositori che sono stati i grandi musicisti di banda italiana (Vessella, Abbate, Orsomando e qualcun altro), le trascrizioni lasciavano molto a desiderare. Una volta si era soliti  affidare le parti vocali ai flicorni: per me è un errore gravissimo, e per fortuna quel tempo è ormai finito anche se di tanto in tanto qualcuno si ostina.  C’è da capire che vi era, però,  la necessità di far ascoltare alla popolazione la musica operistica, e non era semplice far esibire dei cantanti con la banda; quindi si affidavano le parti vocali agli strumenti, in particolare ai flicorni, che essendo degli ottoni potevano essere facilmente udibili in grandi spazi. Questo però a discapito della stessa musica, perché si stravolgeva quello che era il discorso musicale, e non era difficile vedere trascrizioni dove venivano adoperate tonalità diverse, distanti da quelle usate originariamente: un brano per esempio in Mi maggiore, non poteva rimanere così, per esigenze bandistiche si poteva invece vedere una trascrizione in Mi bemolle, più vicino al suono della banda.

Tu nei tuoi concerti continui a  proporre dei brani tratti da opere e/o operette: cosa ti impedisce, per esempio, di proporre un concerto con musica scritta per fiati?
Prima di risponderti voglio premettere che i brani che propongo nei miei concerti sono tutti trascritti da me, questo per cercare di mantenere la trascrizione in maniera più fedele possibile alla partitura originale:  in questo modo adatto anche meglio le parte ai miei musicisti che conosco abbastanza bene. Premesso ciò, il repertorio che io propongo, di solito non è mai eseguito da altri. Questo non per carenza artistica, ma per una questione di praticità: essendo un tenore e lavorando in teatro, ho  la possibilità di avere a disposizione dei colleghi cantanti, che all’occorrenza garantiscono la propria presenza; per le altre bande non è così semplice avere dei cantanti sempre a disposizione.
I brani che propongo in concerto non prevedono arie affidate a strumenti, ma sono proprio le voci che cantano.
Circa gli originali, oggi stiamo assistendo ad una evoluzione: la maggior parte delle bande stanno scommettendo tantissimo su queste composizioni e ormai da circa un decennio  è difficile vedere in un concerto dei brani d’opera, e il fatto di tralasciare completamente questo repertorio secondo me non è giusto, perché rimane sempre un nobilissimo repertorio che per tanti anni ci ha accompagnato. Io continuo a mantenere questo tipo di programma scegliendo quei brani che siano fattibili coi suoni di una banda. Non mi sognerei mai di inserire un recitativo in un concerto, come magari fanno altri.

E un’opera scritta per banda come la vedi?
La storia ci insegna come eseguire una nuova opera non è mai facile, credo che lo sia ancora di più se scritta per banda. Il nuovo è sempre visto con diffidenza, mi accorgo che il pubblico cerca sempre di più la musica di intrattenimento. Da parte mia sto lavorando ad un progetto, un’opera verista trascritta interamente per banda, “Cavalleria Rusticana”. Oltre ad essere una composizione meravigliosa, è uno dei pochi casi in cui un’opera si presta ad essere eseguita anche con l’organico bandistico ottenendo ottimi risultati sul piano qualitativo della musica. E poi in questo modo  sto tentando di portare nelle piazze un’opera divenuta popolare con una formazione che è per antonomasia popolare.

Oltre ad essere strumentista e cantante sei anche un compositore; da quello che vedo e sento, direi anche  molto apprezzato, nelle nostre zone, per alcuni brani in particolare. Come trovi l’ispirazione nelle tue composizioni?
Questo mi lusinga, però io non mi sento un compositore: le cose che ho scritto le ho fatte per diletto, non ho la velleità di fare il compositore. Oltre ai numerosi brani che ho trascritto, e il canzoniere di cui parlavo all’inizio, ho composto alcune marce per delle occasioni particolari, e sto lavorando a delle musiche natalizie. Queste ultime mi piacerebbe proporle con l’organico bandistico, un’orchestrina tradizionale e strumenti popolari come zampogna e “friscaletto”, sto utilizzando dei temi popolari delle mie zone.
In un certo senso sono stato spinto da amici o allievi a comporre alcuni brani e sono stati composti per ricordare delle persone, come nel caso della marcia funebre  “A Vincenzo Li Gambi”, dedicata al vecchio maestro della banda di Pietraperzia (EN), e il brano “Zi Pè” per un anziano strumentista; o, come nel caso “L’urna”, per rendere omaggio all’omonimo gruppo sacro dei Misteri di Trapani.
Ripeto, non mi sento un compositore, c’è tanta bella musica originale che vale la pena di essere suonata o almeno essere studiata, composta da chi veramente mette quotidianamente tanto impegno.
Poi è difficile per me fare il compositore: essendo molto legato ad una certa tradizione musicale, quello che si può ottenere combinando le 7 note è davvero poco se si vuole essere originali e dare una proprio impronta.

Questa tua ultima affermazione mi porta a chiederti un’altra domanda. E’ vero che con le 7 note è stato praticamente scritto tutto, però poi c’è stato chi ha usato 12 note, chi le note le tolse  e chi le ha reintrodotte. Perché non cimentarsi in una nuova composizione con un linguaggio alternativo? Una composizione per banda, con nuovi sistemi, magari da proporre in una manifestazione come le nostre processioni, come la vedi?
Chiunque nel mondo della musica sa qual è stata l’evoluzione musicale; io, pur conoscendo la musica contemporanea, sono rimasto molto legato alla musica del “bel canto”, o del “bel suono” nel caso di quella strumentale. Ascolto la musica contemporanea e sento solo i rumori, e non credo che possa essere fattibile usare una composizione contemporanea in rappresentazioni come la “Settimana Santa”, nei vari luoghi della penisola o durante le altre manifestazioni.
In queste ricorrenze credo che la musica debba essere quella tradizionale, sia per una buona esecuzione (ricordiamoci che i musicisti debbono suonare camminando e quindi, stanchezza e condizioni metereologiche influiscono tantissimo nelle esecuzioni), sia perché chi usufruisce di musica in questi contesti non ha ben chiaro quale sia stata l’evoluzione. Io sono un tipo molto attento, mi tengo sempre aggiornato sui repertori, e per portare delle novità o composizioni di un certo spessore mi accorgo che spesso si suona al limite delle possibilità. Nel caso delle marce funebri, sono le composizioni del dolore, della passione e del cuore, e si deve cercare di mantenere sempre certi canoni.

E’ iniziata la Settimana Santa, un periodo molto sentito soprattutto nel sud Italia e in Sicilia. Un direttore, una banda, come vive la preparazione a questo evento?
E’ un momento molto atteso  per chi ha la passione per questo genere. E’ un periodo dove si lega perfettamente fede, tradizione e musica. Per chi si emoziona a vedere sfilare un’urna o una Madonna Addolorata in processione, il fatto musicale è un completarsi della tradizione, dell’emozione e della fede. Il repertorio rimane fedele alla tradizione. Purtroppo capita di vedere questi momenti intrisi anche di folklore, e molti sono anche coloro che si lasciano prendere dall’euforia.
In questo contesto la musica ha un ruolo importante, anche se a volte la banda, la musica, esce fuori dal proprio ruolo, dovendo rafforzare la passione, i sentimenti di questo periodo.
Benché ci si prepari ad eseguire le composizioni funebri nel migliore dei modi, quindi rispettando un ritmo lento, cercando di far emergere la dolcezza delle melodie e mantenendo il suono sul piano, ci si trova ad essere invogliati dai comitati, invece, a suonare più forte; a volte sono proprio questi che incitano una banda a suonare sopra le melodie di un’altra banda che già sta suonando, perché quel comitato deve simbolicamente “far sentire” la sua voce, la sua passione.
Ricordo, quando andai con la mia banda la prima volta ai Misteri di Trapani, il responsabile della commissione che ci ingaggiò e che mi disse testuali parole: “Per il prossimo anno, mi raccomando, ci devono essere più trombe e più bassi, perché si deve sentire più forte”.

Il contesto è molto emozionante, molto sentito: la banda che ruolo ha?
In alcune zone ha un ruolo abbastanza preciso. Per esempio a Trapani, dove i simulacri vengono portati a spalla in processione, la banda, con il proprio repertorio, funge da ostinato per la cosiddetta annacata. Sia la banda che i devoti che portano a spalla la vara, camminano lentamente cadenzando il passo. Nei misteri di Caltanissetta, invece, un po’ meno perché le statue vengono poste sopra a dei carrelli predisposti  di ruote e spinti dagli appartenenti ai ceti. In questo caso è più una colonna sonora della manifestazione, di cui non si può farne a meno.
E’ comunque difficile poterlo descrivere a parole, solamente vivendo personalmente quest’esperienza si può capire cos’è la Settimana Santa e di conseguenza capire quale è il ruolo di una banda musicale all’interno di questa manifestazione.
Devo però dire una cosa: ultimamente il rispetto alla tradizione sta venendo meno, soprattutto per quanto riguarda la manifestazione di Caltanissetta, fra le più prestigiose d’Europa, e lo dimostra il fatto che ci si inventano delle pause, durante la processione dei Misteri, per poter far vendere i panini o le bibite ai bar. La manifestazione ha preso una piega più da sagra che devozionale, e a livello musicale si è perso tantissimo: basta semplicemente osservare che da qualche anno non si effettua più il concorso bandistico del Giovedì santo, un concorso centenario che ha avuto origine in un periodo a cavallo tra i secoli XIX e XX, dove vi partecipavano tutte le bande presenti alla manifestazione, forse l’unico momento dove emergeva la qualità bandistica.
Quindi la banda non viene più valorizzata musicalmente, ma sta diventando un accessorio. Pensa che le poche bande invitate a suonare la mattina del giovedì (le processioni delle statue avvengono nel pomeriggio – nda.) vengono sfruttate per suonare i “ballabili” all’interno delle case dei comitati. Dovremmo  un attimo fermarci a riflettere e riprenderci quei valori degni di questo periodo.

Come vedi il futuro delle bande nelle nostre zone?
Vorrei quasi non rispondere, perché al momento non vedo un futuro nelle nostre bande. Il fatto di essere un tenore mi porta a vivere spesso fuori, dove vedo come è diverso il modo di vivere la banda, il che mi fa venire immensa rabbia perché fino a quando le nostre bande saranno gestite da persone che con la musica non c’entrano niente, fino a quando si preferirà stare attenti alle divise, ai tamburi imperiali, e fare salotto durante le prove, invece che prendere un impegno serio per portare avanti nuovi progetti con persone preparate… fino a quando non avverrà questo, ahimè, non vedo colori se non il nero.
Sono dell’idea che bisognerebbe vedere la banda come un’istituzione, una scuola, e non un semplice passatempo. Sarebbe importante istituire anche il ruolo del maestro di banda, che non dovrebbe essere ricoperto, come spesso succede, dal primo che una mattina si alza e va a comprarsi una bacchetta.  Il maestro dovrebbe essere scelto in base alla preparazione e all’esperienza, e deve essere in grado di poter formare sia un gruppo valido, capace di affrontare ogni manifestazione con repertori appropriati e ben studiati, sia dare gli input ai giovani che si accostano alla musica bandistica per una eventuale futura carriera in ambito musicale. Ma per fare ciò è necessario che anche le amministrazioni prendano atto che le bande sono l’unico punto di incontro e l’unico centro dove si può fare cultura, e questo in generale per tutti i piccoli centri italiani: quindi bisognerebbe poter mettere in condizione le bande di poter acquistare materiale didattico, strumenti da fornire agli allievi, musiche da eseguire, valorizzare  la cultura e, perché no, creare posti di lavoro.
Purtroppo siamo lontani da modi di vivere la banda come quelli, magari, degli Stati Uniti.

Bene, siamo giunti alla fine di questa piacevole intervista. Salvatore, a nome di tutto lo staff ti ringrazio per questa piacevole intervista.
Ringrazio MondoBande.it per l’opportunità concessami, faccio a tutti i migliori auguri affinché possiate riuscire ad ottenere i migliori successi, e con l’occasione voglio augurare Buona Pasqua allo staff e a tutti gli Utenti.

(a cura di Giuseppe S.)