“A proposito di…” – di Giuseppe Testa

Tecnica direttoriale e dintorni (seconda parte)

CHI COMPONE, DEVE SAPER DIRIGERE CIÒ CHE SCRIVE.

Bene, dopo aver illustrato in maniera schematica l’idea del direttore di L. Bernstein, perfettamente condivisa dallo scrivente, continuiamo il nostro percorso con quanto scrive Enrico Stinchelli a proposito della tecnica in “I grandi direttori d’orchestra”.

Si era detto come l’esecuzione musicale nascesse dal connubio tra interpretazione e tecnica.

La tecnica direttoriale è un fattore determinante, punto di partenza per ogni maestro del podio. Trascinato dall’impeto o bloccato dall’età avanzata il direttore deve sempre badare a mantenere il tempo, a far rispettare il ritmo di una composizione musicale, la scanzione degli accenti. Una volta stabilito il rispetto di un determinato ritmo, il direttore dovrà comunicare attraverso il suo gesto (braccio sinistro, ma non necessariamente) i modi e le variazioni della dinamica, dell’agogica, del fraseggio, cioè dei colori e delle sfumature della partitura. Le intenzioni dovranno essere espresse in modo essenziale e preciso, poiché una gestualità troppo plateale ed esagitata, oltre a confondere gli strumentisti, stimola in loro l’aspetto goliardico e lo spirito di trasgressione, venendo così meno l’autorità e la credibilità del maestro. Allo stesso modo sarà bene evitare un gesto troppo compassato e rilassato, affinché lo strumentista non si senta autorizzato a suonare di conseguenza.

Sono prescrizioni che variano, ovviamente, da maestro a maestro: ogni personalità ama esprimersi a suo modo, ottenendo risultati eccezionali in virtù dei soli sguardi, della carica magnetica, umana che si trasmette quasi per via medianica negli strumentisti.

Il gesto direttoriale subisce tuttavia delle variazioni fisse per la maggior parte dei direttori, così riassumibili: a) per ampiezza dei movimenti; b) per i diversi modi di compiere il percorso schematico della battuta.

Attacco: il momento dell’attacco è forse il più importante in assoluto. Raccolte le braccia a mezza altezza, al centro dell’attenzione generale, concentrato, il direttore compie un movimento preparatorio “a vuoto” (cioè un tempo di battuta non scritto in partitura) e quindi dà l’avvio all’esecuzione: il movimento a vuoto sarà in levare se il pezzo comincia in battere e viceversa.

Accelerando, ritardando, diminuendo, crescendo: per ottenere un effetto di accelerando il direttore è solito ridurre progressivamente l’ampiezza del gesto; l’effetto di ritardando si otterrà, viceversa, ampliando progressivamente il gesto. Il diminuendo della sonorità viene richiesto con la quasi immobilità, spesso cessando di battere il tempo; viceversa il crescendo vede impegnato il direttore in un gesto ampio e partecipe, spesso con il moto simmetrico delle braccia a significare l’impeto e l’esaltazione.

Forte, piano: dovendosi eseguire un forte improvviso il direttore amplierà repentinamente il gesto sul tempo precedente il punto dove il forte è prescritto: il braccio sarà proteso verso l’alto. Il braccio sarà invece inclinato o raccolto verso il petto per un piano o pianissimo.

Legato, staccato: un gesto morbido e sinuoso contraddistingue i passaggi in legato, di ampio respiro, mentre diventa secco e scattante quando va eseguito lo staccato. Per i passaggi repentini vale quanto detto prima , e cioè anticipando il gesto mantenendo inalterato il ritmo.

Chiamata: il gesto di chiamata prepara le “entrate” dei vari strumenti, gli assolo e, di per sé, parrebbe inutile visto che ognuno è in grado di contare le battute di aspetto. Tuttavia la chiamata da parte del direttore, specie se accompagnata da uno sguardo eloquente (un sorriso, un ammiccamento), infonde nello strumentista un senso di tranquillità maggiore e lo stimolo a eseguire al meglio la propria parte.

Conosciamo adesso il pensiero di un grande didatta della direzione con la quale ho avuto il piacere di studiare prima della sua morte, il direttore italo-americano Thomas Gaetano Briccetti.

“Il direttore che capisce i pensieri ed i desideri del compositore fino ad un livello intimo (come se avesse scritto lui ogni nota), ha la responsabilità di tradurre ogni dettaglio in un linguaggio gestuale molto chiaro, non invasivo,e comprensibile all’esecutore, in modo da concedergli la possibilità di produrre i suoni e le emozioni del concetto originale, nella maniera più fedele possibile.

Lo studio della direzione quindi, per fornire all’allievo la miglior attrezzatura possibile con la quale comunicare l’informazione a chi sta sotto la sua direzione, deve tendere principalmente all’acquisizione di una tecnica chiara ed espressiva, concedendo al direttore stesso, la libertà di comunicare con precisione codesti pensieri ed intenzioni, sia che li possegga, o che li acquisisca”.

Dopo aver appreso il pensiero di alcuni grandi direttori e didatti della bacchetta, mi permetto adesso di suggerire delle linee guida (che personalmente ho sperimentato insegnando nei corsi per maestri di banda organizzati dall’ANBIMA Sicilia) che possono essere utili agli aspiranti direttori e non solo. Si inizi lo studio su brevi frammenti del brano che si vuole dirigere, anche una sola frase o un periodo, cercando di memorizzare più notizie possibili. Si cerchi adesso di riprodurre tutto quello studiato davanti ad uno specchio attraverso il gesto. Osserviamoci con attenzione e ragioniamo: siamo stati in grado di suggerire tutte le indicazioni scritte in partitura allo strumentista che abbiamo davanti? Quanti sono stati i movimenti del corpo o del viso non legati a quella musica? Lo specchio deve aiutarci ad eliminare tutto ciò che è superfluo. Il gesto del direttore va curato al pari del suono per uno strumentista e forse anche di più. A tal proposito H. Scherchen dice: “…il gesto deve essere il lampo che brilla nella sonorità orchestrale, la mano che modella e organizza questa sonorità, e sparge le molteplici energie che l’orchestra contiene”.

Ognuno di noi per una sua formazione fisica e mentale ha il suo particolare repertorio di gesti da applicare alla musica che deve dirigere. Ricordiamoci però che la tecnica del direttore deve essere messa al servizio della musica e del compositore che gli ha dato corpo. (continua)